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parole come piume

Anni ormai che mi aggiro
tra corridoi virtuali
figure evanescenti
i miei passi reali sono un labirinto
ho spento le amicizie ad una ad una
e mi scottano i veri incontri
io sono una voce che nella vita
non sa dire di no
ma dal buio di me fino alla carta
escono parole a volte
che svelano senza sapere
parole dure come una lama
leggere come piume


Questo tempo
che si smaglia in pozzanghere
luccicanti sotto i lampioni
rompe la monotonia e si addensa
in solidi blocchi
sospende i battiti, poi rifluisce
in chiaro silenzio

solstizio dopo solstizio
le stagioni della mia vita nevicano
a ventate si svuotano i ricordi
nel biancore che avvampa e li risucchia –
solstizio dopo solstizio
la vita mi si scorcia alle spalle
nella pianura di neve torno bambina
il tempo, una nebbia sfilata tra il prima e il dopo
ma, prima ancora, non esistevo – fra poco
si compirà un cerchio perfetto

alta marea

Lo scirocco d’inverno
è il più crudele dei venti:
sotto l’occhio lunare solleva
l’Adriatico, e punta dritto
verso la pozza lagunare –
alle bocche del porto, se incrocia
la tramontana scatena
turbini a schiantare barche
e fiumi a intorbidare
le antiche pietre

gorgoglierà l’acqua dai tombini
e filtrerà pareti,
risalirà gli intonaci il sale –
tavole fango e alghe, rottami
galleggeranno al buio
per calli e fondamenta

poi, ci saranno mattini
di desolazione –
novembre interminabile d’ansia
conterà le fatiche di Sisifo,
Penelope vedrà la sua tela
dentro canali torbidi
perdersi
lentamente

solamente la sera
a volte
vedrai splendere cupole
sospese tra onde di porpora inquieta
e ventagli di nuvole tese
ai confini del cielo

spartiacque

                                         Omar Galliani

 

Una finestra calda, un cielo freddo
e lo scompiglio del tempo che preme:
un vetro arancio mi sta davanti –
il nulla intorno, nel circolare ritorno
di nuove celebrazioni, le stesse
di sempre

dal passato risale un gorgoglio
di obnubilati ricordi sparsi, ma ora
irrevocate pendono scadenze, e i riti
dei vivi e dei morti

nella mia vita
spartiacque una lenta dipartita
e un rapido precipitare: tutto torna –
nei cieli di nubi in fermento
un vento senza pace rimescola
gorghi d’invocazioni, e gli urli
del nostro scontento

Ho costruito scale per incontrarmi
e ponti per trovare te –
dentro una prospettiva illusoria
si sono intrecciate le scale
e mi si sono ristrette le parole,
così
scendevo invece di salire
ma il ponte si è spezzato

sotto le raffiche d’autunno
il sentiero franava nella nebbia
fradicio il terreno e i tronchi marci –
avvolta dentro una lunghissima
sciarpa azzurra sono rimasta
a contemplare i ciuffi d’erica –
sorridevano selvaggiamente ai bordi

colline informi

Non scrivo più, ogni cosa finita
e come scrivere potrei se non so
quale parte di me esiste, come
si compone con i frantumi del resto?
Troppo istinto, o troppo ragionamento
aggrovigliati come filo spinato –
io, prigioniera di me stessa
(in)volontaria schiava di ognuno
che mi circonda
il mio panorama è un’effervescenza
di nodi e spine
mi sovrastano colline informi
di cartone, d’osso, e terra schiantata

vertigine

Perigliosa vertigine del nulla
quante volte mi afferri
scivolo verso il bianco
assoluto
zero segni o riscontri
niente echi
una pace insidiosa giace
dentro un imbuto senza luce
un chiarore opaco mi chiama