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Il silenzio del mondo
in una stanza:
ogni cosa al suo posto
il nulla al centro

nella città di pietra, irreale
sgusciano ombre, svoltano gli angoli
il respiro si spezza, l’aria è maligna
la bellezza è oscurata
da una patina opaca

sola nell’acqua lattiginosa
scivola un’anatra dal piumaggio
morbido

almerighi

La mia piccolezza

L’inconscio di stelle
in me alimenta
la fame di bellezza, l’arpa leggera
arroventa nel suono
l’ode straniera, nel sonno della sera
inargenta l’anima
la tristezza. Lenta lenta
la rima nel cuore s’accorcia, brilla
una nuvola
senza che la senta, nell’eternità
m’annienta
l’azzurro, nel sangue
s’addormenta. L’urlo
senza far rumore violenta
nel canto universale la dolcezza
dell’asprezza.

di Irene Rapelli, qui:

La mia piccolezza

*

IL PAESAGGIO

Il paesaggio stamattina allungava le braccia
e veniva a prendermi dalla finestra

voleva scuotere il respiro statico della notte
e farlo scivolare giù dove ci sono frammenti delle vite

e insolito come il silenzio assuma le vesti della natura
e borbotti e fischietti aprendo leggere fessure ai miei pensieri

i miei polmoni sono così pieni che vorrebbero uscire
e mescolarsi all’aria tenera che accarezza le viole

sono contenta e scrivo parole che non uccidono
loro si sono innamorate di un aquilone!

View original post 359 altre parole

Dove s’aggruma il sonno
mi ha spiccato una lama dai sogni

la luce del giorno ha pozze dense
e regalo alla stanza gesti lenti –
taglio la frutta e spezzo il pane
la danza dell’orologio è sempre eguale

alla fine, nessuno deve sapere
quando le ore saranno sospese

ho visto il vuoto

 

Ho visto il vuoto ed era nel passato
pozzo di memorie affondate
prato di fiori vermigli
falciati a mazzi

e vedo il presente vuoto
appeso a un filo
di alterni richiami e silenzi
grigi

quando il futuro è nebbia
sono in un tram, corro
dentro un morbido nulla
bianco

campane solitarie

La malinconia cava delle campane
risveglierà echi tra pietre –
io la sentivo da bambina
nell’isola d’alberi, lontana…
ed era come una promessa
lievitante sul mare, sulla laguna

è passata una vita, ora
la malinconia è un sussurro vuoto –
campane solitarie a onde nell’aria
ancora e sempre lontane

Tu e la tua vita
torrentizia alle spalle
tu che ti sai
mettere in collisione
perderti e ritrovarti
vivere intensamente

io che mi perdo e vivo
lentamente tra spazi e attese
cure minime e incurie
di me stessa e del mondo
io che mi smaglio nei contatti
e mi ritrovo nei silenzi

cittadina del mondo, tu
io senza
cittadinanza

cerco ancora di fondermi
pelle a pelle –
cominciare e finire
dentro un alveo materno

                            Omar Galliani

Le parole mi gocciavano nella mente
ad una ad una
nell’alba nebulosa e pigra
scorrevano senza lasciare traccia
luminosa necessità del corpo steso
le parole avevano un senso
erano un corsivo al neon
nel buio semispento
pompa d’acqua abbandonata
abbeverante con dolcezza l’erba
fino ad esaurimento
in cadenza scorrevano le parole
non chiedevano d’essere ricordate