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cicale lontane


Persa nei campi elisi di un balcone
ascolti il suono delle cicale
attutito dal tempo
bimbi nudi e salati corrono fra le dune
selvagge degli Alberoni
era un altro millennio e il vento
respirava tra i rami degli oleandri
come fa ora lungo i condomini
ti chiamavano Pupa, abbronzata dal sole
del mare e della montagna
ricordi sempre più lievi
galleggiano nei tuoi capelli d’argento
di giorno sogni, la notte scompari
dietro persiane sbarrate
ma continui a sentire un suono
come di cicale lontane

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KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Vengo da un mondo scomparso
navigo a vista
tra ostacoli mobili e scogli
figure mi vengono incontro
di densità ignota
mi scalfiscono, a volte le schivo
vengo da un mondo ignoto
inghiottito dal tempo, per questo
io non ho guscio, non mi difendo
che facendomi poco a poco
trasparente fra trame, invisibile quasi
dentro un fluido alieno

per non perdermi, fisso puntine
di parole nei punti
cardinali del mio sentire
me stessa, fra flussi
di pollini inconsistenti

Le rondini e la luna
un ometto sul tetto – no
è solamente un camino –
davanti al mio balcone, case di ringhiera
palcoscenico di bambini col monopattino
ma le rondini, le rondini, le rondini!
Nel cielo di cristallo azzurro
sopra i tetti di tegole nere
gioiose sfrecciano
in stridente frenesia d’intrecci

Kandinsky

Si confusero gli alti e i bassi, il prima e il dopo
in sogno, le strade erano nastri
il mare stava a guardarmi da lontano
e il cielo colorava le colline –
in sogno, tacquero gli uccelli
il sole era piombo fuso

nel dormiveglia, fui circondata
da presenze indistinte –
un cinguettante coro di bambini
un freschissimo canto a bocca chiusa…

un battito manca

foto di Matteo Bevilacqua

I giorni scorrono indifferenti, poi
si espande il coro nel buio –
nell’intreccio di vite e storie
un nodo stringe, un battito manca:
le voci salgono, siamo qui
siamo la pausa e l’amen
gioia e dolore
siamo la speranza

Edvard Munch

L’alba è un pozzo di nulla –
avvinghiati per non precipitare
inutilmente proviamo a fermare
il giorno che viene

le solite insofferenze, varianti insensate
stupide ore – scorie rimescolate affiorano
trasportate sul filo di correnti
precipitose – il tempo
è una schiuma che non perdona

e quando cala la sera e rimango sola
sprofondo al centro di me stessa
nel silenzio mi perdo, il buio non ha nome

Meglio se fosse il pomeriggio
di un lunghissimo giorno d’inverno
il mare avesse sponde di nebbia
e la casa giacesse a lievitare
su fiori di ghiaccio

o librarsi più in alto su pianure
sfibrate da mille incendi e rifiorite –
sprofondare negli oceani a contemplare
l’intimità degli abissi attraverso un vetro:
diecimila metri sott’acqua ondeggeranno prati
si snoderanno pesci d’oro e serpenti felici

nella foresta dei coralli viventi
troveremo un respiro primordiale