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Viktor Hartmann

 

Fossi petalo sparso o seme
e mi beccasse un merlo a primavera
rosa su verde, capriccio
fantasia musicale che si perde,
martellante saltello di note, rivolo
dentro una passeggiata di Mussorgsky –
è finita la danza degli gnomi
si dilata un incedere solenne
in processione di gioia e oro puro –
fossi rosa sfogliata o briciola
nella piena di un fiume, fossi accordo
dentro la processione sacra che avanza
verso la porta grande di Kiev

 

Luca Campigotto

Abitare l’assenza
dove la terra è pietra
prosciugata da rivoli carsici:
sopra, scatta la salamandra
dentro, un groviglio di cunicoli –
abbrancate da filo spinato
si accatastano ossa e ombre

e fantasmi del tempo trasvolano da ogni dove
questo incrocio di pianure lontane
calamita e respingimento
di genti rimescolate –
nei quattro angoli della mia anima
questa assenza è un soffio
di fantasmi sfilati
il vento, una livella che spiana

il mio corpo è un vorticare di molecole –
intorno, vedo soltanto
pollini librati su precipizi,
su cascate di minuscoli rimbalzi
e immani trasmigrazioni

Di quanti filtri

Di quanti filtri
pellicole adesive trasparenti
maschere d’argilla o creta
rapprese ai bordi, crepate con fulmini
in trasversale sull’anima,
di quanta cartapesta e fondotinta
sul volto abbiamo bisogno
per sentirci esistere
e calamitare l’altrui attenzione –
quante reti comprimono
gesti, pensieri, parole
in quali cavità la mente cola
corpo e spirito trafugati
da illusioni precarie
coazioni a ripetere
serialità stampigliate
di stereotipi –
quando
saremo noi
fuori dai lacci?

Vengo da un altro pianeta
ad esplorare ponti, sentieri, calli
la luce bassa del vostro sole
mi ferisce la mente – desidero spazi
silenziosamente neri e lontani

vorrei trovarmi in un territorio
primordiale: lì vibrano suoni
meravigliosi, vivono fiori
differenti – nell’aria profumi strani
eclissano pensiero e cuore

inghiottito dal tempo
il mio pianeta d’origine è perso
sceso sull’orizzonte di un sole
che saetta gli ultimi raggi
lancinanti

BUONA PASQUA

canneti

Niente più ore ma soltanto
canneti nella nebbiosità
un grido rauco d’uccello ignoto
sciacquio nella melma
prima dell’alba –
la laguna era immersa
nel tempo alieno del sogno

più in là, strisce d’erba e barene –
sognavano i semi, i vermi
gli insetti e il fango
intriso di antichi cocci

una lama di luce
rasa sull’acqua torbida
evaporò i fantasmi –
apparvero, in danza traslucida
arabeschi cangianti

 

ma per fortuna

Van Gogh

Basta me ne vado
inutile girarsi a destra e sinistra
scaricare parole su parole
ingombrare la testa di carta straccia

ecco, aspettavo il tempo
che cancella ore e minuti
ho visto soltanto scatole vecchie
incastellamenti precari
distrutti

me ne vado muovendo il corpo
nella babele di lingue e gesti
fendo come una straniera perfetta
la pesantezza di folle in fermento

ma per fortuna guizzano i bambini
sperimentando la velocità dei monopattini
spruzzano di scintille le pietre consunte
sfarfallano petali rosa