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dipinto di Claire Tabouret

Avrei voluto cantare
e ho pensato di farlo –
il mio era soltanto un eco

e ho parlato, sì, ho parlato tanto
in mezzo a tanti oppure sola
con il mio amore –
io credevo di dire

ma chi ha raccolto il filo
guardato dentro il pozzo
immerso il dito
spezzato la linea
illusoria di superficie
se neppure nel mio profondo
io stessa potevo?

tutto rimase suono
mimesi e finzione
incompetenza –
ho creduto di vivere…

eppure

quando prendo contorno
e il mio corpo si fonde al tuo
o vedo un bimbo
agitare le braccia, muovere piccoli passi
vacillando con determinazione –
sono viva!

alfa ed omega

Somshak Hanumas

Non canto più – capitolo chiuso.

Fine delle emozioni a onda
e dei cuori all’unisono –
la mia clessidra è capovolta
non più
arcobaleno di sabbia
ma nebbia e cenere

troppo a lungo
è stato uniforme il tempo
e lo spazio stretto –
il mondo, roso dal virus,
ora esplode

non canto più – ora è tempo
della voce intima: scorre e vive
dietro il suono
dentro le parole non dette
nella caverna dell’anima –
alfa ed omega di un suono eterno:
siamo usciti e ritorneremo
nella sua liquida sfera

Non esiste un linguaggio umano
per le saette di piombo e fuoco dal cielo
gli squarci nel cemento e nei corpi
per le anime nascoste a morire
sotto travi e macerie, lentamente

le città sono deserti di cenere
sotto l’occhio impassibile dei droni
palazzi sventrati sigillano esseri umani –
scantinati perduti senza pane
e neppure una goccia d’acqua

a milioni sono fuggiti
i passetti dei bimbi nella neve
con le loro tutine pulite –
in quel luogo, ora
è morta l’innocenza

ci si vergogna a considerare
che questo è stato
e in questo momento esiste:
un rosario perverso senza fine

neppure uno sarà dimenticato, dicono
ma chi conosce il nome
del vecchio, della madre, del soldato
smembrati nei sacchi grigi?
un calcolo a peso per i morti
a quintali nelle fosse –
le strade bruciano
disseminate di ferraglie
cavalli di frisia e stracci calcinati –
chi mai li potrà riconoscere
nominare ad uno ad uno
prima che sia l’Apocalisse
e gli Angeli terrificanti
non lascino scampo
a chi ha negato una goccia d’acqua
a chi ha torturato, stuprato, ucciso
nel segno di Caino?

Spazio-luce

Lassù tra le nevi
incontaminate
un biancore ti abbaglia sconfinato
e tu respiri spazio in esultanza
di luce – sei da raggiante spazio
penetrato

E compresi che l’anno non era nuovo
ma neppure la rabbia mi bastava
per esistere, vivere nonostante –
con i nervi scoperti, i tagli
alle mani e nel cuore –
nonostante il grigiore assoluto

mentre l’inverno dalle strade sale
dalle rive fangose ai portoni
dai mattoni corrosi fin dentro
i cervelli, dilaga questo
lunghissimo inverno, e non ha fine

Buone feste!

Gherardo delle notti “Natività”

la mia vita

La mia vita a lunghi intervalli
non è vita
estensione del respiro monotono
pausa del pensiero
sfregio del cuore

e meno sento, meno
comprendo la voce umana –
l’eleganza del fiore m’incanta
la statura dell’albero
e l’onda mi accarezza
in sereno groviglio…
io stessa non consisto più
sono aria e amo la nuvola
solo la nuvola in lieve
dissolvimento

fossi mai stata

Di così esili fili quasi ragno
io fossi, appeso al temporale
o quasi foglia io fossi nel ruggire
di rossa tramontana –
sotto gli ultimi raggi mi sfilo…

fossi mai stata o forse
mai avessi parlato con te
né con nessuno

carta velina

Laurence Winram

Sottile come carta velina
la nostra esistenza vibra in bilico

fronte-retro, io sono
e sono il nulla:
mani trasparenti alla luce,
foglie di pioppo al vento i miei pensieri
sfumati in alone e baleno –
così sottile la mia consistenza
già proiettata in lontananze
senza ritorno

Il silenzio

Mi ha sommerso il silenzio

è venuto dopo i pensieri
non detti, le invisibili note:
il suono è sprofondato nel cuore
colato in un buco nero

e non ho più voce:
di tutto il canto che volevo
è rimasta un’armonia sottintesa
vive in un mondo parallelo
di cascate, echi e nebbie