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Archive for the ‘immagine’ Category

le parole ad una ad una

                            Omar Galliani

Le parole mi gocciavano nella mente
ad una ad una
nell’alba nebulosa e pigra
scorrevano senza lasciare traccia
luminosa necessità del corpo steso
le parole avevano un senso
erano un corsivo al neon
nel buio semispento
pompa d’acqua abbandonata
abbeverante con dolcezza l’erba
fino ad esaurimento
in cadenza scorrevano le parole
non chiedevano d’essere ricordate

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parole come piume

Anni ormai che mi aggiro
tra corridoi virtuali
figure evanescenti
i miei passi reali sono un labirinto
ho spento le amicizie ad una ad una
e mi scottano i veri incontri
io sono una voce che nella vita
non sa dire di no
ma dal buio di me fino alla carta
escono parole a volte
che svelano senza sapere
parole dure come una lama
leggere come piume

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spartiacque

                                         Omar Galliani

 

Una finestra calda, un cielo freddo
e lo scompiglio del tempo che preme:
un vetro arancio mi sta davanti –
il nulla intorno, nel circolare ritorno
di nuove celebrazioni, le stesse
di sempre

dal passato risale un gorgoglio
di obnubilati ricordi sparsi, ma ora
irrevocate pendono scadenze, e i riti
dei vivi e dei morti

nella mia vita
spartiacque una lenta dipartita
e un rapido precipitare: tutto torna –
nei cieli di nubi in fermento
un vento senza pace rimescola
gorghi d’invocazioni, e gli urli
del nostro scontento

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raffiche d’autunno

Ho costruito scale per incontrarmi
e ponti per trovare te –
dentro una prospettiva illusoria
si sono intrecciate le scale
e mi si sono ristrette le parole,
così
scendevo invece di salire
ma il ponte si è spezzato

sotto le raffiche d’autunno
il sentiero franava nella nebbia
fradicio il terreno e i tronchi marci –
avvolta dentro una lunghissima
sciarpa azzurra sono rimasta
a contemplare i ciuffi d’erica –
sorridevano selvaggiamente ai bordi

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colline informi

Non scrivo più, ogni cosa finita
e come scrivere potrei se non so
quale parte di me esiste, come
si compone con i frantumi del resto?
Troppo istinto, o troppo ragionamento
aggrovigliati come filo spinato –
io, prigioniera di me stessa
(in)volontaria schiava di ognuno
che mi circonda
il mio panorama è un’effervescenza
di nodi e spine
mi sovrastano colline informi
di cartone, d’osso, e terra schiantata

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Laurence Winram

 

Il tempo è una tenda chiara
la muove il vento in trasparenza
rintocco di campana oltre la laguna
eco d’infanzia lontana

il tempo è garza su ferite
vetta di un gotico campanile
vibrazione dello sterminato
silenzio
prima che la brezza cada

dalla linea d’ombra allora vedremo
tornare lenti su oblique file
i vascelli oscuri dell’oltre

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sul balcone

E così, alla fine,
me ne sto anch’io sul balcone
a guardare il verde che sale
con larghe foglie dirompenti
respiro l’aria e il verde salvia
le rose rabbrividite su altissimi steli
boccioli densi vicini a petali sfatti
rovesciati quasi – sì, sto sul balcone
aspiro il vento e sento l’eco
d’invisibili mondi

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Fra rotazioni di pollini
e foglie in fremere
suasivo un merlo fora il tempo
calmo del pomeriggio –
nubi d’argento e cieli brevi
sopra i tetti e le case
popolate da scarne figure sole –
più in là
torrenti d’animali e d’uomini
in polverose
transumanze

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suono stellare

Poi, quando tutto
sarà quiete e silenzio
e sarò sola nello spazio
mi nutrirò di verdure idroponiche
tornerò pura più di un bimbo da latte
la carne marcita e l’incertezza
della mente corrotta
esaleranno per sempre in nubi
ceneri cosmiche a perdere –
generazioni di fango e metalli crudeli
risucchiate nei gorghi dei buchi neri
e sarà come
nulla mai fosse stato
rimarrà l’onda lunga di un suono
stellare

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niente di nuovo

Niente di nuovo tranne l’immergersi
in queste ore di fumo e nebbia –
dopo l’intensa luce di fari e spot
trascolora la pena dell’inverno
di là da venire
per le nature solitarie –
pregheranno allora, forse
con esile voce di bimbo
o si sapranno negare
dentro un mantra senza padri?

Dimenticanze intermittenti
ti separano da te stesso –
ti perdi, senza saperlo, e poco
manca all’oblio decisivo

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