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Baratri

Sarah Jarrett

Sarah Jarrett

 

Ciò che rassetto in superficie e liscio
sottende baratri profondi

sono nata presso colline
traforate con buche carsiche –
la memoria, un pattume
rottamato

ho vissuto su strade a dirupi
ponti viscidi
ho gridato e taciuto
fuori tempo

ora l’acqua che scroscia, la schiuma
non basta
a dilavare ingiustizie, omissioni
gesti senza rimedio

ciò che rassetto in superficie sottende
il dolore degli innocenti

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cascate

Sento fluire immagini parole
come un’acqua interiore che risana
da destra a sinistra uno schermo
d’immaginata vita sgorga
insistente zampillo che rimaglia
salti e vuoti, vertigini opache
del tempo
che
vivo quando
non sogno sogni di parole
né colori né musiche d’altrove –
torrenziale e suadente precipizio
di nascosto mi sazia

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Come mi sento oscura

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Come mi sento oscura nel mattino
e pesante nell’aria

l’oro fonde nel blu sotto le barche
gonfio di luce il verde intorno ai pali
picchiano tacchi aguzzi sulle strade
volano gonne, sbattono le ali

la mia voce calante già si perde
risucchiata dai muri scomposti
io non sono finestra ma pertugio

come mi sento grigia nel chiarore

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Pensieri come strade

nell’indistinto notturno

e parole-bandiere nello sbrilluccichio

denso del quasi sonno –

nell’acqua oscura vegetano pesci-pilota

luminescenti e già dimenticati

sull’orlo del precipizio che scorre

in cortocircuito d’incoscienza –

e corridoi d’interlocuzioni per remare

oltre il buio, o scavare cunicoli

dentro il buio concreto

 

vessilli multicolori sventolano dove

ci attraversa una linfa ignota

 

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ad ogni passo scendo

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Ad ogni passo scendo

un gradino più in basso sull’acqua nera

 

e il lampione che obliqua la pozza

ad ogni soffio più brividi mischia –

tende una pelle lucida su vibrazioni

 

più lento è il passo sulle scale

più veloce la corsa controvento

e indicibile peso al corpo

senza voce né sguardo –

solo un’ombra la bora saetta

 

non sono ancora lì

ma un richiamo del sangue mi spinge

a conoscere l’alga sul gradino –

nella notte precoce, letale

 

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Divagazioni sull’acqua

                                         

gondole funebri e palombari

bare d’acqua nel taglio di questo

vivere obliquo su incagli –

venti scombussolati da nord

spazzano il sud, ci portano altrove

 

so che il cerchio lontano chiude

alberi e tombe, isole

 

uccelli d’acqua, non sentono il freddo

tra pali sbilenchi e ondate di vetro –

se la bora li esalta, nel salso

stride la voce, si spezza –

quando il vento risucchia il volo

in scarto d’ali, a prede

vertiginose, tra spruzzi

il becco precipita

 

cerchio d’acqua, pozzo verde

inclinato su fluidi crepuscolari

sprofondo e scendo ancora

mi rovescio nel punto zero –

liquido oscuro, in tangenza

di solitudine estrema

vesto un abito transitorio

 

un giorno, sarà l’acqua specchio e festa

diventeremo uccelli d’aria!

                                                                                       foto di AHAE

 

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